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RITROVAMENTI SPORADICI DI REPERTI ARCHEOLOGICI IN LOCALITA' PIANO DEI SANTI E CONA DI CORNO.
Testi a cura di Don Mario Del Turco
Convinto che il Palatium della Villa Imperiale fosse situato nell'ambito del terreno pianeggiante di San Potito, decisi di attuare una ricerca, per cosi ' dire di campo, e fare un attenta e sistematica lettura di tutto il Piano dei Santi e del territorio circostante, ove esistevano gia' ruderi e tracce di costruzione romana, a pie' del Pago e a La Valle, localita' denominate in passato al Parco o In Arco.

1. La piana di San Potito.


La piana, dirimpetto all'abitato di San Potito, e' un alveo naturale, a forma di zoccolo rovesciato, aperto a Sud, verso il Fucino, sul lato di Colle Bernardo.
Sidistende per oltre 15 ettari e comprende le località Pie' del Pago ad Ovest, Arduccia e Vicennee a Nord, e Piano dei Santi, la parte più vasta. Ad Anfiteatro, stanno intorno la Selva del Pago, la Sterpaia delle Pozzolette, il Valico di Ovindoli, il Costone del Colle sul quale e' edificato San Potito, e i Cesoni di Monte Faito. La piana e, solcata a Levante dal Fosso di Ovindoli nel quale si riversa il torrente di Capo La Valle, e a Ponente dalla Forma del Pago, che raccoglie il fossato della sorgiva intermittente di Capo d'Acqua, in località Arduccia, quando essa riemerge. 
  
L'impluvio comunque avviene ad Est di Colle Bernardo, ove si forma un solo corso d'acqua, detto Rio di San Potito. L'impluvio, in passato, si diceva Peschiera. Della piana di San Potito, la contrada piu' estesa è Piano dei Santi. Ne costituisce quasi la meta', e risulta dalla riunione di vari appezzamenti dì terreno frazionati, descritti nei vecchi censuali. Intestato al Beneficio parrocchiale, sotto il titolo di Abazìa di San Potíto,, e' lambito ad Est dal Fosso di Ovindoli fino all'impluvio di Colle Bernardo. Dal 1969, e' tracciato, a Sud, dalla stradína carrabile della Cassa del Mezzogiorno, che porta alla Centrale idrica di Rio Pago.
 
 

2. Reperti sporadici a Piano dei Santi o Abbazia.

In località Piano dei Santi, attraevano l'attenzione e stimolavano la curiosità due macchie d'arbusti, poco distanti l'una dall'altra, situate presso la sponda occidentale del Fosso di Ovindoli, vicino al punto di confluenza del torrente di Capo la Valle. Radicata la prima a Sud su un grosso mucchio di macerie, più alberata la seconda a Nord, dentro una cintura muraria di tipo rettangolare, davano l'immagine di due isolotti, verdi d'estate in mezzo a campi di grano, sbiancati d'inverno tra brune arature. La boscaglia a Sud tra quercioli, corbezzoli, vellucchi e frutici d'ogni specie, teneva celati, alla rinfusa, resti di capitelli di marmo bianco, masselli di cocciopesto, conci di qualsiasi tipo, blocchetti polígonali e parallelopipedi di calcare, spezzoni di tegole, frammenti di anfore e di mattoni triangolari. L'altra, di poco accanto, a Nord, tra giovani piante d'olmi, querce e noci, nascondeva resti di mura diroccate, grossi massi poligonali, qualche plinto quadrato, pezzi di pietra ricoperti ancora con impasto di malta, frammenti di tufelli parallelopipedi e di tegoloni romani. Reperti d'altro genere si rinvenivano dopo le precipitazioni atmosferiche o s'intravedevano nei periodi di secca nel territorio circostante. Sul terreno arato di fresco ed inumidito dalla pioggia, si rintracciavano in continuazione piccole tessere di pasta di vetro color turchino e verde, cubetti di marmo bianco, scaglie di vetro soffiato per ampolle e frammenti di vetro opaco per finestre, tasselli di pietra parallelopipedi per pavimenti, chiodi e lamelle di bronzo.
  
Durante le fasi di maturazione degli erbaggi e delle messi, in tempo di siccita', si notavano strie di zolle secche su riquadri di strutture murarie situate sottoterra. In tal modo, nel corso di qualche anno, misi su un piccolo museo di reperti sporadici di epoca romana, che sottoponevo, in visione, agli esperti della Soprintendenza Archeologica dell'Abruzzo di Chieti. Agli stessi esperti facevo pervenire una fistula plumbea, sul dorso della quale erano stampigliate le lettere C A Z C F F. e delle monete romane, venute alla luce, in occasione di una aratura, più profonda del solito, di un pezzo di terreno, sito a Piano dei Santi. Il 10 marzo 1983, in un'umida e fredda mattinata, sotto un cielo coperto e minaccioso di pioggia, mi ritrovavo, per appuntamento, in compagnia della Dott.ssa Adele Campanelli della Soprintendenza di Chieti, e di un elegante Signore, un certo Dott. Denes Gabler dell'Istituto Archeologico dell'Accademia Ungherese delle Scienze. Eravamo a confronto, sulla stradina carrabile della Cassa del Mezzogiorno, tracciata a sud, a Piano dei santi, al cospetto della zona, oggetto dei futuri scavi archeologici di San Potito.
 
 
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